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DALISI

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la linea
Compasso
L’idea del compasso si presta ad un decoro dinamico che appare subito interessante, foriero di sviluppi. Una composizione armonicamente concepita, tagliata in due, aprendola e chiudendola produce profondi  dinamismi e  curiosità. Le divaricazioni più o meno accentuate e poi le interpolazioni danno qualcos’ altro: un fiore, un oggetto brillante, assonante o dissonante. Ma la sperimentazione può essere anche più radicale fino ad accostare due mezze decorazioni diverse tra loro, dove quel provarsi e riprovarsi viene esaltato. E ciò immette un tema nuovo, capovolge il concetto stesso di decoro ed esalta in modo radicale la struttura a compasso dell’oggetto ed il suo uso.
Caffettiera animata
Riccardo Dalisi ha ricevuto il Premio Compasso d’Oro per la ricerca sulla caffettiera napoletana nel 1981. Le caffettiere della prima serie sono state esposte al MoMa di New York e, da lì, sono arrivate in diversi musei europei e americani. Negli anni si sono susseguite numerosissime serie: caffettiere cavalieri, guerrieri, arcieri, samurai fino a Totocchio (personaggio a metà tra Totò e Pinocchio) che hanno costituito l’“Opera buffa del design”. … Le mie caffettiere animate derivano dall’osservazione, dal sentimento dell’umana fragilità, dalla ricchezza degli atteggiamenti, dei gesti, dei comportamenti. Questi generano simpatia quando sono consueti, irruenti, calmi, genuini. Non c’entrano molto le marionette, forse c’entra di più la sceneggiata napoletana, quella esagerazione del movimento del corpo e dell’espressione sorniona e vitale della parola che genera simpatia e cordialità. … Il corpo è uno strumento per essere nel mondo, è soprattutto linguaggio, noi parliamo con tutto il corpo che è segno e spettacolo. Perdere la seriosità e la pesantezza che così spesso pervadono i nostri animi e le nostre cose, acquistare leggerezza significa approssimarsi alla verità della nostra condizione, guardarla, conoscerla meglio...
Geometria generativa
Partiamo dal quadrato, facciamolo scendere dalla sua idealità, dal suo assoluto (solo mentale), visualizziamo un “perfetto”, sottilissimo disegno... vediamolo immerso in una “realtà pulsante”... Consideriamone un lato: è una barriera, un assoluto che resiste a qualsiasi pressione. Se dovesse muoversi a destra e a sinistra, dentro e fuori?... una rotazione, una traslazione, una deformazione, un “curvamento”. Vediamo ora venir su uno stelo, da un seme. La geometria circolare e compatta del seme si distende, si muove in tanti modi circospetta e decisa, ramificata verso giù per le radici e lineare e ricurva verso su. Penetra, si dirama, si piega, ritorna, procede, genera se stessa con più andamenti. Genera geometrie. … Se pensiamo ad un quadrato, all’angolo retto, al rapporto con la diagonale, ai numeri aperti, la legge che regola l’immutabilità del quadrato è fittizia e limitata. La totalità del quadrato, in tutte le relazioni che comporta la sua realtà, è molteplice. Noi possiamo intenderla soltanto come una pulsazione in più direzioni. La diremmo “generativa” perché il suo essere ha bisogno di generare continuamente se stessa e da noi stessi… …Vediamo l’architettura: due pareti che si toccano fanno spazio. Ne aggiungiamo altre disposte in vario modo; diciamo che qui c’è maggiore articolazione (c’è più spazio) ricca di temi spaziali. C’è ritmo (non monotonia). La legge che la esprime è molteplice, non è fissa (si dice c’è dinamismo), c’è “processo” che tende ad un senso unitario.
Volto geometrico
Sono davanti a me due giardinieri anziani che si affannano a rastrellare l’erba tagliata, i corpi dalle proporzioni disarmoniche, le rughe, le ombre taglienti che scolpiscono in modi diversi e cangianti, i gesti, il cappellino e la tuta coloratissima di uno dei due, la camicia a quadroni, i rastrelli; è tutto un gioco molteplice, arruffato di segni, di forme, di colori, di ombre. Ora mi propongo di cogliere quel fremito di forme che unisce lo splendido spiazzo verde circondato dagli alberi, le sue luci e le sue ombre. Il dinamismo cangiante, rapido, veloce dei nostri giorni, l’interferire continuo nella nostra vita di un fiume ininterrotto di notizie, di segni, di immagini cambia la nostra concezione delle cose e del mondo. Ciò che è figura si modifica, si plasma, si trasforma continuamente: un uomo che cammina, che corre, una luce che cambia ecc. Tutto si deforma dinamicamente fino allo “scarabocchio”, in parte o in tutto. Occuparsi della macchia, dello scarabocchio è quindi occuparsi della dinamica delle forme, cioè della vita, di noi e dei nostri giorni. In tutto questo si può intravedere una filosofia che costituisce un allenamento a guardare meglio il mondo e le cose del mondo
Esagono
Si dice che è creativo chi riesce nel suo campo a tirar fuori qualcosa di “nuovo” capace di proiettarsi nel futuro. In un certo qual modo crea il futuro, contribuisce a determinarlo. Basta questo a cogliere il potenziale sociale che vi è in questo termine. La creatività è fondamentale per la vita presente, per la felicità delle persone singole e per l’intera comunità.. …Ma c’è un altro aspetto importante: creatività è anche capacità di capire più esattamente le cose. L’impulso ad andare oltre le apparenze, oltre il consueto ed il conoscimento irrora l’intelligenza e mette nell’angolo, a volte, lo stesso potere raziocinante. E così sono creativo solo se entro di più nell’essenza della realtà. Cogliere l’essenziale è il mondo del bisogno creativo: basta vedere il ruolo che ha la ricerca scientifica per l’economia, per il prestigio di una nazione, per la sua vita culturale..
Manipolare il caos
L’impressione feconda, mista a timore, è che si ripercorra una via del disordine con un senso guida che si rivela a tratti incoerente, costellato di una particolare attenzione e curiosità per le forme inaspettate dei residui che possono essere metallici oppure di carta o di qualsiasi altro materiale. Manipolare il caos, orientandomi di volta in volta, è comunque un’esperienza. Le forme che ne vengono fuori conservano i caratteri ma anche lo sforzo di darne un senso compiuto. Vien fuori ad un certo punto un’idea
Metodo-non metodo
Il da farsi nasce dall’incontro, dalla freschezza del contatto emozionale, se vogliamo emotivo, dallo slancio che l’incontro in un certo senso richiede. “So di non sapere”. Non so quale potrà essere lo slancio consentito. Tutto ciò non è per nulla improvvisato, anzi, è sommamente “preparato” perché vengono messe in allerta le proprie possibilità immaginative, la propria esperienza, il proprio status. Si potrà arrivare armati di proprie “possibilità strumentali” (disegni, oggetti, sagome… una musica ecc). È il metodo del non metodo, del “so di non sapere”. Ciò significa essere ad un tempo rilassati e tesi verso l’imprevedibile, verso quell’incognita che è l’altro, che è l’incontro. Ogni cosa nasce dal mettere insieme ciò che di solito cammina indipendente e da questo fare può venir fuori l’impossibile. Anche in tal caso si fa esperienza.
le caratteristiche

Riccardo Dalisi, nato a Potenza il primo maggio del 1931, fino al 2007 ha ricoperto la cattedra di Progettazione architettonica presso la facoltà di Architettura dell’Università degli Studi Federico II di Napoli.

Presso la stessa facoltà è stato direttore della Scuola di specializzazione in disegno industriale. Negli anni Settanta, assieme a Ettore Sottsass, Alessandro Mendini, Andrea Branzi e altri, è stato tra i fondatori della Global Tools, contro-scuola di architettura e design che riuniva i gruppi e le persone che in Italia coprivano l’area più avanzata della cosiddetta “architettura radicale” intorno alle riviste “Casabella” e “Spazio e società”.

Da sempre impegnato nel sociale (resta fondamentale l’esperienza del lavoro di quartiere con i bambini del Rione Traiano, con gli anziani della Casa del Popolo di Ponticelli negli anni ’70 e, negli ultimi anni, l’impegno con i giovani del Rione Sanità di Napoli, del Centro territoriale Il Mammuth di Scampia e dell’Istituto penale per i minorenni di Nisida), ha unito ricerca e didattica nel campo dell’architettura e del design accostandosi sempre più all’espressione artistica come via regia della sua vita.

Nella sua ricerca espressiva, che spazia nel mitico, nell’arcaico, nel sacro, i materiali poveri (ferro, rame, ottone) sono impiegati con amorevole manualità artigiana. Nel 1981 ha vinto il premio Compasso d’Oro per la ricerca sulla caffettiera napoletana.
Negli ultimi trent’anni anni si è dedicato intensamente alla creazione di un rapporto sempre più articolato e fecondo tra la ricerca universitaria, l’architettura, il design, la scultura, la pittura, l’arte e l’artigianato, mantenendo al centro la finalità di uno sviluppo umano attraverso il dialogo e il potenziale di creatività che ne sprigiona.

Nel 2009, dopo lunga ricerca preparativa, ha presentato, in collaborazione con la Triennale di Milano e la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, la prima edizione del Premio Compasso di latta, iniziativa per una nuova ricerca nel campo del design nel segno del sostegno umano, della eco-compatibilità e della decrescita. Nel 2014 ha vinto il secondo Compasso d’Oro per il suo impegno nel sociale.

Mostre dedicate alla sua attività di architetto, di designer, di scultore e di pittore sono state allestite alla Biennale di Venezia, alla Triennale di Milano, al Museo di Denver, al MoMA di New York, alla Biennale di Chicago, al Museo di Copenaghen, al Museo di Arte Contemporanea di Salonicco, al Museo di Düsseldorf, alla Fondazione Cartier di Parigi, alla Pasinger Fabrik di Monaco, al Tabakmuseum di Vienna, alla Zitadelle Spandau di Berlino, a Palazzo Reale di Napoli, a Palazzo Pitti a Firenze, alla Basilica Palladiana di Vicenza, alla Galleria di Lucio Amelio Napoli, al Castel dell’Ovo di Napoli, al Chiostro monumentale di Santa Chiara a Napoli, alla Reggia di Caserta, a Stockholm Design Week Stoccolma, a Porto Design Biennale Porto e a Napoli presso il MAN Museo Archeologico Nazionale.